ipersonnia

NOTIZIE d’attualità30/11/2013NOTIZIE d’attualità30/11/2013

 

IL DORMIRE TROPPO E’ COME IL POCO:

ESPONE IL NOSTRO ORGANISMO A PROBLEMI DI SALUTE

I danni dell’ipersonnia

La fiaba della Bella Addormentata può diventare realtà, per fortuna per pochissime persone, e precisamente per coloro che hanno la sindrome di Kleine-Levin, una malattia che costringe a dormire anche per giorni e notti di seguito. Il sonno eccessivo può essere il sintomo indesiderato di forme idiopatiche d’ipersonnia, e gli attacchi improvvisi di sonno sono un’esperienza spesso quotidiana per molti narcolettici. In ogni caso, il dormire troppo è correlato a disturbi fisici e mentali.

Il sonno eccessivo è un effetto di altre malattie in atto o è esso stesso la causa di queste ultime? I ricercatori hanno eseguito molti studi per dare una risposta a questa domanda e a oggi sono concordi nel sostenere che entrambe le vie sono possibili.  

Milano, 30 novembre 2013 – Coloro che stanno coricati a letto per più di otto o nove ore al giorno possono andare incontro a diversi problemi di salute. A emicrania e a dolori muscolari e di schiena per esempio, nonché a un aumento del proprio peso corporeo indipendentemente da quanto mangiano e a un incremento del rischio di diabete e depressione. <<In un sonno prolungato può incorrere chi ha un’ipersonnia cosiddetta idiopatica, vale a dire chi pur non essendo depresso dorme tante ore di notte e di giorno, restando tuttavia stanco: il suo riposo non è infatti ristoratore>>, dice Michele Terzaghi, del Centro di Medicina del Sonno dell’Istituto Neurologico Mondino di Pavia. 

Prigionieri del sonno

A dare fluttuazioni della vigilanza è anche la narcolessia, un disturbo che induce ripetuti sonnellini diurni indipendentemente dalle ore di sonno dormite, spesso associati a perdita del tono muscolare e accompagnati da allucinazioni visive o uditive. Dietro a questo quadro clinico sembra esserci un deficit di ipocretina, l’ormone secreto dal nostro cervello con  lo scopo di tenerci svegli. Una sua produzione insufficiente mette a soqquadro tutti gli altri neurotrasmettitori che influenzano il riposo notturno: l’acetilcolina che fa scattare il sonno REM aumenta, la noradrenalina e l’adrenalina che stimolano la veglia si abbassano e la serotonina che favorisce il sonno profondo non-REM diminuisce. E’ infatti il sonno REM a emergere all’improvviso durante il giorno e a far cadere addormentati i narcolettici nel bel mezzo delle loro attività quotidiane. Anche il loro riposo notturno non è ristoratore: appena toccano le lenzuola sprofondano nel sonno ma, se ad addormentarsi impiegano pochissimo, nel corso della notte si svegliano più volte. Di questo sonno abbondante ma frammentato da sogni angosciosi, da scatti alle gambe e ripetuti risvegli, il loro organismo ne risente: chi è narcolettico può andare incontro a disturbi dell’umore e a sovrappeso e può essere più esposto di altri al diabete e alle disfunzioni sessuali.

Chi deve rispettare i turni di lavoro di solito dorme di più nei giorni di pausa. <<Ciò può ripianare un deficit di sonno accumulato con i turni, ma restare più a lungo a letto con l’imperativo di dover dormire per recuperare può paradossalmente essere causa d’insonnia, perché da un lato il soggetto tende con il tempo a perdere il proprio ritmo sonno-veglia, e dall’altro si può instaurare un circolo vizioso, quello di stare sdraiati a letto con l’ansia di non riuscire ad addormentarsi>>, dice Michele Terzaghi. 

Anche i depressi passano molte ore coricati, ma tendono a restare per buona parte del tempo in condizioni di veglia. Il profilo del loro sonno è alterato: si addormentano non appena adagiano la testa sul cuscino per poi destarsi all’alba in largo anticipo sull’ora in cui sono soliti iniziare la giornata. Dopo l’addormentamento il loro riposo notturno non resta infatti a lungo nella fase di sonno profondo, come è di norma. Esce dopo pochi minuti da questo stadio per passare quasi subito nel sonno REM che si allunga a dismisura. 

Chi ha la rara sindrome di Kleine Levin – circa cinque persone su un milione – deve invece fare i conti con vere e proprie crisi d’ipersonnia che possono far dormire per intere giornate e che esordiscono in età infantile o nell’adolescenza, si presentano in media due volte all’anno per circa 15 anni. <<Oltre a perdere il ritmo sonno-veglia, questi soggetti manifestano anche depressione, disinibizione dei controlli che causa spesso ipersessualità, iperfagia e linguaggio e comportamenti inappropriati nonché confusione mentale e aggressività>>, aggiunge Michele Terzaghi. 

Il ruolo dell’anamnesi

La sindrome di Kleine Levin costituisce un modello di studio per altre malattie psichiatriche: poche malattie hanno infatti la caratteristica di cambiare repentinamente la condizione del soggetto colpito che passa da un comportamento altamente disturbato a uno stato normale. Tra l’altro alcuni suoi sintomi, quali disinibizione, disturbo dell’umore e ipersonnia seguita da 24-48 ore d’insonnia e logorrea, assomigliano a quelli osservati nel disordine bipolare. Altri sintomi ancora, come allucinazioni, delusioni o derealizzazione, sono simili a quelli riscontrati negli episodi acuti di psicosi. Come fanno allora i medici a capire nelle ipersonnie a quale disturbo può corrispondere precisamente un sonno sbilanciato verso l’eccesso? <<Durante le visite poniamo ai soggetti ipersonni precise domande>>, dice Michele Terzaghi. <<Chiediamo per esempio loro le modalità di esordio dell’ipersonnia, le sue caratteristiche, quante ore erano soliti dormire durante i periodi di benessere,  cerchiamo di stabilire il tono dell’umore, indaghiamo con attenzione tutti sintomi, le terapie in atto e ci facciamo aiutare da specifici test: a volte la causa del loro sonno eccessivo non emerge dal colloquio e neppure da un esame obiettivo ma da indagini psicologiche strutturate o da approfondimenti neurofisiologici mirati>>. 

Terapie mirate

Il trattamento rispecchia l’eterogeneità delle patologie che possono essere alla base dell’ipersonnia. Infatti, se alla base dell’ipersonnia c’è la depressione, si prescrivono farmaci antidepressivi, preferenzialmente attivanti, ovvero che incentivano la voglia di fare, e/o un supporto di tipo psicoterapeutico. Se si fa diagnosi di narcolessia, si scelgono farmaci promuoventi la veglia, tra i quali l’ultimo arrivato è il sodio oxibato che si prende di notte e aumenta il sonno lento ristoratore. Se si riconosce un’ipersonnia idiopatica, si ricorre per lo più agli antidepressivi attivanti per risolverla. I rari casi di sindrome di Kleine Levin a tutt’oggi si curano con vari farmaci, molecole promuoventi la veglia, rimedi stabilizzanti l’umore, benzodiazepine e neurolettici per tenere sotto controllo l’iperfagia, l’ipersessualità e i disturbi comportamentali. Se il paziente assume farmaci con potere sedativo si razionalizza la terapia cercando alternative valide ma con minore capacità di indurre sonnolenza. 

Un articolo di Manuela Campanelli, biologa e giornalista professionista