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NOTIZIE d’attualità31/12/2013NOTIZIE d’attualità31/12/2013

 

IL NOSTRO RIPOSO NOTTURNO E’ CARATTERIZZATO

DALL’ATTIVITA’ ONIRICA IN PRESSOCHE’ TUTTE LE SUE FASI

Quando si sogna

A metà del secolo scorso si credeva che i sogni non ci tenessero compagnia tutta la notte ma che si verificassero unicamente durante il sonno REM. In altre parole si era convinti che avessero un loro preciso momento d’essere. Da molto tempo si sa che questo concetto era improprio. A ridimensionarlo sono stati diversi studi che hanno dimostrato come anche le altre fasi del nostro riposo notturno ospitano i sogni. Grazie a questa nuova consapevolezza la definizione stessa di sogno si è arricchita di un significato più esteso, quella di attività mentale durante tutto il sonno. 

Quando sogniamo di meno? Gli esperti della Medicina del Sonno sostengono quando ci depriviamo di ore di riposo per lavoro, per divertimento o per necessità. Succede allora che le parti del sonno in cui si sogna si riducono e di conseguenza anche la nostra capacità di ricordarli cambia. 

Bologna, 31 dicembre 2013 – Per gli antichi Greci i sogni erano figli del sonno: essi associavano la loro comparsa all’intervento del dio Morpheus, figlio di Ipnos, dio del sonno, e di Nyx, dea della notte. Di tutte le definizioni che nei secoli a venire si sono succedute, questa sembra essere la più vera. A confermare questo indiscusso legame ci si è messa anche la scienza moderna quando, nel 1953 due ricercatori americani, Eugene Aserinsky e Nathaniel Kleitman scoprirono che oltre alla veglia e al sonno gli esseri umani vivevano anche un’altra dimensione, il sonno REM (Rapid Eye Movement), in cui il nostro organismo oltre a dormire svolgeva molte altre attività: annulla il tono dei muscoli, attiva il cervello, muove rapidamente i bulbi oculari, fa variare i battiti del cuore, la frequenza del respiro … e sogna.

Uno scomodo equivoco

Capire che proprio in questa fase la nostra mente elabora contenuti fantastici non è stato difficile. E’ bastato svegliare alcuni volontari nel sonno REM e chiedere loro che cosa avevano sognato. La risposta si concretizzava nel 90 per cento dei casi in un resoconto dettagliato, ricco di particolari, sensazioni e personaggio che animavano trame avvincenti, bizzarre, logiche. Al contrario gli stessi individui destati nelle altre fasi del sonno, collettivamente etichettate come non-REM, ricordavano un sogno con una frequenza molto inferiore, dell’ordine del 15 per cento. Si fece pertanto strada la convinzione che i sogni potevano prendere forma solo nel sonno REM. Una sovrapposizione, questa, che si dimostrò errata quando pochi anni dopo una semplice modifica del modo d’intervistare  i volontari al risveglio aveva permesso di raccogliere resoconti di sogni anche nel sonno non-REM, per esempio chiedendo “Che cosa ti passa per la mente prima che fossi svegliato?” piuttosto di “Che cosa stavi sognando prima che fossi svegliato?”. I ricercatori (primo tra tutti David Foulkes) osservarono un aumento della percentuale di racconti fantastici: nell’80 per cento dei casi riportati dopo un risveglio provocato nel sonno REM e nel 50 per cento dei casi dopo un risveglio avvenuto nel sonno non-REM, soprattutto nella seconda parte della notte. 

I sogni accompagnano il sonno

I risultati ottenuti hanno permesso di superare la precedente dicotomia tra sonno REM identificata come fase dei sogni e sonno non-REM indicata come fase in cui non si sogna e di proporre una continuità tra i sogni e l’intero periodo del riposo notturno. I sogni che si ricordano al mattino sono pertanto solo una piccola punta di un enorme iceberg con il quale si può raffigurare l’intensa attività cerebrale che si svolge nell’intero arco del riposo notturno. Il fatto che noi tutti ricordiamo il più delle volte i sogni al mattino è perché, se non abbiamo particolari incombenze da compiere immediatamente dopo il risveglio, troviamo il tempo e la concentrazione per recuperare frammenti di attività mentale che hanno preceduto il risveglio. Se fossimo stati svegliati da un rumore improvviso nel bel mezzo della notte, probabilmente i sogni rievocati sarebbero stati ancora più numerosi. 

Non sempre si ricordano

Questi riscontri confermano che i sogni sono una parte essenziale del riposo notturno, dato che l’attività mentale li genera durante tutti i cicli e gli stadi del sonno. E’ tuttavia risaputo che quando si dorme a casa propria, e ci si risveglia spontaneamente, i sogni si ricordano con una frequenza minore, circa uno ogni due giorni, indipendentemente dalla propria natura più o meno introspettiva. Perché esiste una vistosa discrepanza tra l’abbondante attività onirica e l’esiguo numero di resoconti fantastici, bizzarri e drammatici che riusciamo a raccontare al mattino? Questa sproporzione si potrebbe giustificare sostenendo che i complessi processi della memoria nei quali i sogni sono stati depositati durante la notte non facilitano il loro recupero. Ciononostante, altri fattori condizionano il loro ricordo, come la nostra motivazione a farli riaffiorare alla mente, la predisposizione individuale (il genere femminile è più propenso a fornire resoconti di sogni del genere maschile) e le caratteristiche del sonno: molti microrisvegli della durata di dieci o più secondi facilitano la rievocazione dei sogni il mattino successivo. 

Meno sogni se ci si priva di sonno 

Quando si fa invece più fatica a ricordarli? Quando si soffre per esempio della sindrome delle gambe senza riposo, probabilmente a causa dei microrisvegli troppo brevi che comporta il disturbo. O quando dormiamo per recuperare ore di sonno perdute la sera precedente, perché abbiamo fatto un turno di lavoro o siamo stati troppo tempo a navigare su internet: in questa situazione la capacità di ricordare i sogni può calare anche del 75 per cento. Per compensare una deprivazione di riposo, l’architettura del sonno infatti cambia: nella prima notte successiva il sonno non-REM aumenta, il sonno REM diminuisce e i microrisvegli diventano numericamente minori rispetto a quelli osservati durante un sonno normale. Ne consegue che meno contenuti onirici vengono archiviati nella memoria a lungo temine e poche saranno anche le loro piccole “code” disponibili nella memoria a breve termine  al mattino alle quali agganciarci per ricostruire immagine dopo immagine l’intera trama del sogno.  

 

Un articolo di Manuela Campanelli, biologa e giornalista professionista